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Mi piace, quel candidato

Siamo fuori tempo massimo per parlare di legge elettorale? A meno che il senato non si suicidi prima ancora di leggere il famigerato testo dell’italicum (qui un’infografica che ben ne illustra la complicazione) forse leggeremo ancora qualche titolone su questo tema. Non mi preoccupo pertanto di aggiungere qualche schermata di testo al riguardo e ne prendo spunto per parlare di preferenze.

Le preferenze sono un grande assente di questa legge elettorale. Per chiunque sia abituato a cercare il pulsantino “mi piace” ogni qualvolta che prova un’emozione, la mancanza di un suo equivalente elettorale equivale alla sensazione di essere imbavagliati, o è la prova definitiva che l’unica cosa in comune tra emozioni ed elezioni è e, z, i, o, n ed i.

Ma in un mondo ideale in cui la possibilità di esprimere la nostra opinione di preferenza ci venga data, esiste un modo univoco per esprimerla? Ma soprattutto, quale metodo usare per decidere chi ha vinto, per sapere chi ci rappresenterà a Roma per i prossimi cinque lunghi anni?

Non è così semplice…si ha la tendenza a credere che il voto di preferenza si realizzi in un’unica espressione: scrivi qual è il candidato che supporti. Decidere chi ha vinto in un’elezione siffatta è molto semplice: chi prende più preferenze vince, e prende un frecciarossa per la capitale. Questa regola è nota come plurality o first-past-the-post (per chi legge l’inglese, qui una descrizione chiarissima). Terminologia italica: sistema uninominale a turno secco.

Ma non sarebbe più ragionevole, per lo meno in presenza di non troppi candidati, chiederci di metterli in fila dal più preferito al meno preferito? Questo sì che è esprimere una preferenza! E chi mandiamo a Roma? Un’idea è la seguente: supponiamo di avere N candidati, e per ogni scheda diamo 0 punti al candidato listato in ultima posizione, 1 punto se il candidato è listato in penultima posizione, e così via fino a dare N-1 punti al candidato in prima posizione. Sommiamo il tutto, ed ovviamente chi ha preso più punti vince. Un po’ di lavoro extra per gli scrutatori, ma niente di trascendentale…Un’idea carina e che viene da lontano, si chiama infatti regola di Borda, dal nome del matematico e capitano navale francese del ‘700 che l’ha per primo proposta (no, non è una strega padana).

Certo che se ci chiedono di scrivere tutta la lista di candidati in ogni scheda, e poi vince il candidato che sta in cima alla lista del maggior numero di elettori, allora tanto vale usare la regola di plurality che è più semplice. Questo non succede, le due regole possono dare risultati diversi. Andiamo per esempio a vedere cosa succede nel distretto di Paperopoli (dove nessuno si astiene). Paperoga, Paperino e Gastone sono i tre candidati a rappresentare il collegio, e ottengono queste preferenze:

paperopoli.001

Facciamo due conti: se usiamo la regola di Borda vediamo Paperoga in testa con 143 punti (86 perché è il prima posizione in 43 casi su 100, più 57 punti per essere in seconda posizione), Gastone segue con 90 punti (è primo per 45 votanti), e Paperino è ultimo con 67 punti. E se avessimo chiesto soltanto il nome del candidato più preferito, come nella regola di plurality? Avrebbe vinto Gastone con 45 voti di preferenza, e il solito fortunato vincerebbe quasi ovunque sulla terra, visto che la regola di Borda è usata solo in Slovenia, Nauro e Kiribati.

Ma allora quale dei due metodi scegliere? Ce ne sono altri? (Eccome…guardate per esempio come eleggono gli australiani i propri senatori). Gli inglesi nel 2011 in un celebre referendum hanno scelto di restare con plurality e non provare l’ebbrezza di un metodo simile a quello usato in Australia. Tra i vari motivi per cambiare regola vi era la facilità di votare in maniera strategica (il nostro voto utile)…voi per esempio come utilizzereste il “voto utile” con la regola di Borda?