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Erasmus Party : There’s always an excuse to have a party.

Rimane un certo amaro in bocca, ad urne comunitarie chiuse. Resta la sensazione di aver urlato molto meno forte di quanto si avrebbe desiderato. L’assenza di partiti, come di cause, veramente transnazionali, non dà voce a chi non riesce più a sentirsi soltanto cittadino di un singolo stato comunitario. Sto parlando della “Erasmus generation”, termine coniato da Beppe Severgnini in diverse occasioni, o almeno di parte di essa. Cittadini di un’unione europea tanto sbandierata e ancora troppo poco sperimentata nella vita di tutti i giorni.

L’analisi degli incentivi, cara a queste colonne, rende evidente l’inefficienza di elezioni parlamentari comunitarie giocate a livello locale. Scegliendo il territorio nazionale come campo di battaglia si favoriscono partiti e cause che non escono dai confini dei singoli paesi, né si genera alcun incentivo a proporre od informare l’elettorato delle cause europee. Viene da porsi una domanda equivalente a “nasce prima l’uovo o la gallina?”: nascono prima elezioni continentali o partiti continentali (aggiungerei, che vincono)? Sono propenso a rispondere che sia il meccanismo che crea gli incentivi – e quindi che è nato prima l’uovo. Ma non essendoci il minimo segnale di elezioni continentali in vista, forse è il caso di accelerare i tempi e di far nascere almeno un disegno di gallina, un abbozzo di partito veramente europeo.

Il nome si suggerisce da solo: Erasmus Party. Una valanga di slogan: “This is not a party”; “Vote to party”; “Let’s get the party started”; “No Erasmus, no party”… E una rete di Erasmus Student Networks sull’intero territorio europeo che farebbe gola a qualsiasi “political party”.