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IA & società: macchine che ci rubano il lavoro?

La scomparsa dell’umanità a causa di una non ben precisata intelligenza artificiale è stata la protagonista di diversi film, romanzi ed articoli nell’ultimo anno (se ne parla anche su Nòva). Il dibattito ha spesso del fantascientifico, ma non si può negare che in questo momento le nuove “macchine” facciano paura, tranne forse a un nutrito gruppetto di specialisti e tecno-entusiasti. Disoccupazione endemica, aumento delle disuguaglianze, robot autorizzati a premere grilletti, sono solo alcuni degli effetti principali dell’ingresso trionfale che l’intelligenza artificiale sta compiendo nella società. Incominciamo dal primo.

Le occupazioni più semplici ed i lavori manuali sono stati i primi a cadere sotto la scure dell’automazione e, più recentemente, delle tecnologie informatiche. Ma con il rapido espandersi dell’utilizzo di tecniche di intelligenza artificiale nemmeno i “lavoratori creativi” possono dormire sonni tranquilli. Nell’ambito dell’educazione, piattaforme di insegnamento di massa come Coursera e Udacity riescono a raggiungere con un singolo corso più studenti di quanti un professore può sperare di vedere in tutta la sua carriera. Nel settore della medicina, il simpatico supercomputer Watson di IBM sarà presto in grado di permettere ad un singolo dottore di gestire più pazienti di un intero ospedale, controllando e certificando diagnosi automatiche emesse dal programma.

La tesi in discussione è che le tecnologie informatiche, ed in particolare quelle provenienti dall’intelligenza artificiale, creino molti meno posti di lavoro di quanti non ne distruggano. E che questo processo stia avvenendo ad una scala sorprendente, che non permette di reimpiegare in altri ambiti quei lavoratori che rimangono tagliati fuori dal proprio settore. In un recente inserto su un’ipotetica terza rivoluzione industriale l’Economist raffina questa tesi, spiegando come il mondo del lavoro soffra di troppa, ed allo stesso tempo troppo poca, automazione: da una parte occupazioni sempre più complesse vengono automatizzate, creando un serbatoio di lavoratori sovra-qualificati che vengono impiegati in lavori molto semplici ed a basso costo, dove automatizzare sarebbe possibile ma non conveniente. Un’esempio lampante è Amazon, che ha svuotato le librerie ma continua ad appoggiarsi ad autotrasportatori sottopagati per le consegne (non ha veramente bisogno di sviluppare droni per la consegna automatica, anche se ha i soldi per permettersi di farlo).

Lanciarsi in nuove forme di luddismo per fermare l’avanzata delle macchine si rivelerebbe stupido e controproducente, dato che sembra sia il capitale e non il lavoro a tenere in mano i fili dell’economia in questo momento (vedere il prossimo post per dettagli sul tema). Peraltro è molto facile fermare le macchine di oggi – basta staccare la spina – ma fa molto meno scena di un telaio con spoletta volante che brucia. E soprattutto una volta tolta a corrente non potremo condividere sui social media le foto e i video di una fantomatica caduta delle macchine, e avremmo perso il 50% del divertimento (e dei potenziali rivoluzionari).

Resta il fatto che la società e il suo braccio esecutivo, la politica, abbiano sulla carta e forse anche nella storia l’ultima parola sull’utilizzo delle nuove tecnologie e sulla ripartizione dei profitti che ne derivano. Ma per evitare di trovarsi a dover agire in situazioni di emergenza è necessario intavolare sin da subito dibattiti sul tema, magari mettendosi in grado di ridiscutere l’intero sistema economico e produttivo e concepire una società in cui un’alta disoccupazione non sia uno spettro ma la norma. Servirà una società forte, in cui i pochi che lavoreranno dovranno accettare di pagare per gli altri, e soprattutto una politica forte, che sappia prendere le dovute misure per tempo. Su entrambi i fronti siamo davvero impreparati: è urgente realizzare che non si tratta più di fantascienza.

[Un’ottima occasione per incominciare: la tavola rotonda aperta al pubblico sul tema “L’intelligenza artificiale crea o distrugge lavoro?”, l’11 dicembre a Pisa.]