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La fine del college, il futuro delle università?

I corsi a distanza sono sempre esistiti ma, sarà il costo spesso proibitivo, saranno certi materiali di studio dalla dubbia coerenza concepiti da una sfilza di nomi in copertina, non sono mai stati molto popolari. Mai quanto i MOOC (massive open online courses): si contano ormai a migliaia i corsi di livello universitario proposti in lingua inglese dai principali college e università americane, e a milioni gli utilizzatori. Il concetto è semplice: le lezioni sono scaricabili in forma di video, test interattivi e sessioni di chat si svolgono durante tutta la durata del corso, e, dietro pagamento di un centinaio di dollari, è anche possibile ottenere un attestato.

In una recente pubblicazione, Kevin Carey trova proprio nei MOOC una delle possibili cause della (futura) scomparsa dei grandi college americani, istituzioni a suo parere condannate dal proprio statuto a lasciare troppa libertà ai propri professori, che a loro volta finiscono a concentrasi soltanto sulla ricerca (su cui peraltro sono valutati) trascurando l’insegnamento. Chi li dovrebbe soppiantare saranno scuole come il Minerva Project, che propose un apprendimento di altissima qualità a base di MOOC e seminari in piccoli gruppi, in un campus talmente globale da comprendere un anno a San Francisco e sei semestri in sei diverse città globali come Seoul, Berlino e Buenos Aires.

Un punto chiave del ragionamento di Carey è l’altissimo costo dei grandi college americani: le rette annuali non hanno fatto crescere negli ultimi decenni, fino a raggiungere picchi di oltre 60.000 dollari, generando un indebitamento studentesco poco sostenibile. Persino in Gran Bretagna, dove si può arrivare a pagare 9000 sterline per anno accademico (circa 12.000 euro), siamo lontani dalle cifre stellari di CMU o Harvard. Il modello europeo non dovrebbe dunque correre il rischio di scomparire a causa dei famigerati MOOC? Probabilmente no. Probabilmente vale la pena pagare modeste rette (in Europa si va da 0 a poche migliaia di euro l’anno) per seguire di persona corsi di buona qualità.

Più probabile è invece che i MOOC trasformino pesantemente il modo di insegnare. Gli SMOC (small private online courses) rappresentano una prima via promettente per catturare l’attenzione degli studenti e migliorare l’apprendimento: sostituire le lezioni frontali con un video (magari preso da un MOOC esistente) ed aumentare le esercitazioni, le sessioni di discussione o i gruppi di lavoro in classe, garantendo così un rapporto più personale con gli studenti.

L’università deve sapersi adattare al proprio pubblico se non vuole rinunciare a trasferire i propri valori. Non è certo sul punto di morte, ma bisognerà saperla far evolvere nella direzione di un apprendimento più interattivo, dove lo studente si trovi a partecipare in prima persona alla propria istruzione. Per quanto riguarda il modello economico dei college americani, staremo a vedere cosa succede tranquillamente seduti al di qua dell’Atlantico.

[Approfondimenti: “The end of college“, di Kevin Carey, Riverhead Books 2015. Le due principali piattaforme dove trovare e partecipare a MOOC in inglese sono Coursera ed EdX (più di 2000 corsi). In italiano ancora troppo pochi esempi, in francese una cinquantina di corsi sono disponibili su una piattaforma ministeriale.]

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