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DemocracyOS e l’hacking del dibattito politico

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito alla nascita e al rapido declino di diversi movimenti uniti dall’intento di deviare o arrestare del tutto la direzione presa dal “sistema” (esempio classico: Occupy Wall Street). Una caratteristica comune era l’utilizzo di internet o di altri strumenti digitali per coordinarsi e comunicare, anche se troppo spesso quello che ne usciva era un gran rumore. Forse mancava la tecnologia necessaria a rendere coerente il loro discorso, a fare in modo che il gruppo parlasse come una persona sola, se questo è mai possibile.

Proprio questa sembra essere l’idea alla base di DemocracyOS, un software sviluppato da una fondazione nata in Argentina, ben presentato in un recente TED talk.

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Guardando la presentazione viene subito da chiedersi come mai Beppe Grillo, o qualche altro esponente del Movimento 5 Stelle, non sia mai stato invitato a tenere un TED talk. Il “Partido de la Red”, proposto dai fondatori di DemocracyOS, arrivó nono alle elezioni della municipalità di Buenos Aires, mentre l’M5S nostrano prese il 25,5% alle elezioni nazionali del 2013. Ma non è difficile rispondersi, visto che TED, con 8.500 dollari di iscrizione per partecipare alla sua conferenza annuale, assomiglia più ad un golf club esclusivo che ad una conferenza di divulgazione scientifica. Senza nulla tolgliere all’enorme servizio che fanno alla diffusione delle idee, il procedimento di selezione non è chiaro, anche se è possibile suggerire potenziali oratori. Ma Beppe Grillo poi parla inglese?

Una seconda considerazione nasce poi dall’osservazione del tema ricorrente di questi movimenti: l’hacking della democrazia, la sovversione di un sistema democratico attraverso la tecnologia. Certo è abbastanza sconvolgente assistere ogni giorno al declino del dibattito politico, e la frustrazione di questi movimenti è radicata nella distanza inammissibile della classe politica dalla società civile. Il loro resta però un discorso fondamentalmente negativo e a suo modo rivoluzionario, il che non lascia troppe speranze di conquistare le masse, o per lo meno larghe parti della popolazione che sono necessarie al funzionamento di questi strumenti.

Il tema della sovversione è certo efficace se si tratta di ottenere fondi nella silicon valley (Democracy OS non ne ha raccolti ancora moltissimi, ma con 200K dollari non è messa così male) ma resta un’interpretazione di mercato del processo democratico: “hacking a market” inteso come sbaragliare un mercato da tempo stabile e dominato da grandi e un po’ stantie aziende (sullo stile di Amazon e il mondo dell’editoria, Booking.com e le agenzie di viaggio). Forse nel “mercato democratico” americano questa potrebbe essere una logica vincente. Ma nel modello europeo un discorso più prossimo alla co-gestione dello stato e all’aumento della trasparenza, una direzione di apertura del modello democratico attuale verso una maggiore partecipazione civile, un discorso fondamentalmente positivo potrebbe essere più sano e magari anche vincente. E i partiti polici esistenti, soprattutto quelli grandi e un po’ stantii, farebbero bene a sentire la sveglia che trilla da qualche tempo a questa parte.