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Una legislazione partecipata sulla sharing economy, in Italia!

Mentre DeepMind si appresta a battere anche il campione mondiale di Go, mostrandoci ben altre sfide legislative per il futuro, l’Italia prepara, tra le prime in Europa, una regolamentazione per la sharing economy o economia collaborativa. In perfetto stile “sharing economy“, il testo di legge può essere letto e commentato fino al 31 maggio su questa piattaforma di co-creazione. Complimenti all’intergruppo innovazione, un’associazione di parlamentari, che porta avanti l’iniziativa.

Per sharing economy si intende, brutalmente, Blablacar, Airbnb, Uber Pop, e tutti quegli strumenti nati per condividere servizi tra privati cittadini. Lo stato ha un ovvio (e legittimo) interesse a regolamentare un settore che al momento entra a far parte delle sole statistiche sul mercato nero.

Non tutto si riduce ad una mera questione di gettito fiscale: una buona regolamentazione serve in primis a tutelare gli utilizzatori dei servizi in questione. Prendiamo UberPop o UberX, che è un perfetto esempio di sharing economy (purtroppo non ammesso ancora in parecchi stati europei). UberPop permette a chiunque sia in possesso di un’auto di accedere alle richieste di Uber e trasportare passeggeri per qualche ora al giorno. Mentre per i taxisti vige il divieto di rifiutare un cliente, un’autista di Uber può evitare di accettare corse poco redditizie, o passeggeri diretti in zone troppo pericolose di una città. Regolamentare questi nuovi mercati (e renderli dunque concorrenza leale) potrebbe anche aiutare a diminuire la forte conflittualità con cui essi vengono percepiti dai mercati esistenti, e fare in modo che la sharing economy sia un motore di innovazione anche per le altre parti in gioco.

Purtroppo la piattaforma utilizzata per la raccolta dei commenti sulla nuova legge non è delle più avanzate. Al momento è semplicemente possibile commentare frasi del testo, come si commenta un articolo di giornale. Sarebbe molto più utile poter votare i commenti migliori e filtrare quelli meno votati (la commissione avrà del lavoro da fare per estrarre delle buone idee da un torrente di commenti e rumore) e magari poter proporre in maniera strutturata modificazioni al testo. Inoltre, a riprova del fatto che sull’agenda digitale siamo indietro, la piattaforma non è stata sviluppata in Italia ma da uno spin-off spagnolo (e dati così sensibili come un futuro testo di legge dove sono stoccati?).