Indica un intervallo di date:
  • Dal Al
©credits

Siamo pronti per la e-democracy?

La parola e-democracy viene quasi sempre associata all’idea di elezioni politiche on-line, a grandi piattaforme di consultazione, magari al movimento cinque stelle di qualche anno fa o al PiratenParteit tedesco, prima che scompaia del tutto. Ci immaginiamo una versione digitale della democrazia diretta, o magari deliberativa, in cui tutti i cittadini possano esprimersi e partecipare alle scelte collettive grazie alla ormai quasi totale copertura della rete.

Idea che non cessa di affascinare. Ma cosa esattamente la rende così attraente? Una possibile risposta è che grazie alla rete sembra finalmente possibile ottenere, leggere, raccogliere “il volere dei cittadini”. E fare in modo che le scelte sociali coincidano con tali indicazioni. Si tratta di un argomento politico potentissimo, soprattutto nell’attuale società del consumo: non devo più andare a scegliere un candidato o un partito al supermercato della politica, ma posso addirittura scegliere le singole idee e proposte, creando una sorta di programma politico personale. Una sorta di “Iparliament”.

Ma siamo sicuri che l’attraente libertà di scelta data ad ogni singolo cittadino si traduca in buone scelte per la società? Già nel lontano 1700 il marchese di Condorcet mostrò in un celebre esempio come in certe situazioni le decisioni prese a maggioranza portano a scelte sociali cicliche (situazioni in cui qualsiasi opzione è opposta da una maggioranza della popolazione – una potenziale rivoluzione?). E se queste situazioni paradossali effettivamente accadono di rado, potremmo sempre ritrovarci a dover scegliere tra i risultati diversi di regole e meccanismi elettorali egualmente giustificabili. Peggio ancora, ognuna di queste regole di voto dà incentivo ai partecipanti a usare voti strategici (qualcosa come il voto utile), e in certi casi è addirittura meglio non presentarsi ai seggi.

Sembra dunque che “il volere dei cittadini” sia un concetto che non può essere ricondotto in maniera chiara ed univoca al volere di ognuno dei cittadini stessi. Piuttosto, appare come un concetto vuoto e talmente ambiguo che può essere tirato in ogni direzione, spianando la strada, secondo alcuni autori, al successo di dittatori e populisti che si ergono a soli interpreti di questa volontà.

Restano inoltre aperti grossi problemi pratici. Consideriamo innanzitutto la trasparenza di una piattaforma di voto: ogni cittadino dev’essere in grado di assicurarsi che il proprio voto sia stato preso in considerazione, ma senza ottenere alcun certificato che intacchi la segretezza del voto. Purtroppo la maggior parte delle piattaforme di voto sono ad oggi completamente trasparenti, producendo scontrini virtuali per vendere il proprio voto. Egualmente importanti sono tutti i problemi sociali e culturali legati all’uso di queste piattaforme: l’accessibilità non uniforme ad adeguati strumenti informatici, la bassa protezione contro l’influenza e il potere personale, la scarsa attenzione data alle proposte delle minoranze. Tutti problemi potenzialmente risolubili, previa un’adeguata educazione dei cittadini ed utilizzatori di questi sistemi. Fattibile, ma in tempi lunghi.

Insomma, siamo pronti per la e-democracy? No, sotto questa interpretazione.

Forse quello che serve è abbandonare l’idea di risolvere problemi di “grande importanza-bassa frequenza” come le elezioni politiche, e concentrarsi su problemi di “poca importanza-alta frequenza”, in cui poter sperimentare senza troppi danni, correggere il tiro e nel frattempo educare gli utilizzatori al dibattito e all’accettazione di scelte ottenute senza il tramite di rappresentanti: indire frequenti referendum a livello locale, promuovere strumenti di bilancio partecipativo, fino ad esempi molto più semplici come il sito Fixmystreet o l’uso di Doodle per fissare assemblee pubbliche. Tutti strumenti di e-democracy in versione “soft”, ma che permettono di sperimentare ed allo stesso tempo educare i cittadini alle scelte condivise.

Ovviamente tutti i problemi elencati sopra rimangono (addirittura si complicano nel caso di referendum multipli, in cui le decisioni possono essere pericolosamente interdipendenti). Ma vista la “poca importanza” e la bassa frequenza di situazioni paradossali si tratta di sperimentazioni meno pericolose, e di buoni punti di partenza verso cambiamenti più radicali del modo di fare scelte collettive nella società attuale.

Siamo pronti per questa versione della e-democracy!

[Di questo ed altri interventi discuteremo venerdì 30 settembre durante gli Open Innovation Days di Padova.]